Parlando di Zorba abbiamo introdotto un concetto non scontato: la visione monoculare. Strana cosa la fotografia, duplica la realtà, perdendo qualcosa. Almeno in apparenza. Per fotografare, infatti, dobbiamo rinunciare a:
- un occhio
- a una o due dimensioni
- in certi casi, al colore
Cio che vediamo con i nostri due occhi, non sarà mai uguale alla visione che abbiamo attraverso l'unico occhio del nostro obiettivo. I piani si sovrappongono diversamente (mettete un dito davanti alla vostra visuale, guardatelo con entrambi gli occhi e poi chiudetene uno alla volta: vedrete che il vostro dito di sovrappone in maniera differente con gli oggetti retrostanti. esserne consapevoli, aiuta). E poi c'è la questione della dimensione profondità. Quando insegno fotografia, sono abituata a ripetere che dobbiamo saper rendere, su due dimensioni, l'illusione della terza (la profondità) che diamo per scontata nella visione reale. Per far questo ci affidiamo alle leggi della prospettiva, analoghe a quelle che si usano in pittura. Così potremo giocare con punti di fuga, prospettive geometriche o tonali ecc. ecc. Ciò che non diciamo mai è che la fotografia sembra dover rinunciare anche alla quarta dimensione: la dimensione del tempo. Eppure tutta la sua forza, la sua essenza, il suo carattere e la sua fascinazione sta in quell'istante bloccato. Ho già accennato a "La camera chiara" di Roland Barthes, in effetti, in questo periodo, a casa se ne parla spesso. Detta così sembra che io viva in un ambiente surreale in cui, mentre si lavano i piatti, ci si scambiano pareri sul segno fotografico. E' vero che vivo in un ambiente surreale, sono una donna fortunata, ma per fantasticare sulla fotografia abbiamo dato vita a un gruppo di discussione apposito. Pare si chiami "Plinio a Pompei", ma questa è un'altra storia. Comunque Barthes si sofferma (strana scelta verbale) sul concetto di posa, di fermata e di cio che "è stato". Ed è in questo "è stato" che lui individua la potenza essenziale della fotografia. Quindi, come fotografe e fotografi, non solo non rinunciamo alla dimensione temporale, ma in essa possiamo mettere radici, per arrivare a quella che Barthes chiama l'estasi fotografica. Anche in questo caso, esserne consapevoli aiuta.![]() |
| dedicato alla mia dirimpettaia triste che stende il bucato |
C'è poi un'altra possibilità del discorso, ma io non sono così brava e per questo fotografo solo in bianco e nero, è un discorso che comincia con "tra me che fotografo e tu che guardi, entrambi potremmo mentire..." E in questo ci sono le fotografie a colori che mi travolgono.
Ci sarebbe ancora qulla cosuccia del punto di vista, non mi sembra proprio possibile rinunciarci. Dovremmo parlarne meglio.


