Tutte le foto pubblicate in questo blog sono di Luisa Siddi, tranne diversa indicazione in didascalia

sabato 5 maggio 2012

Le sottrazioni che aggiungono


Parlando di Zorba abbiamo introdotto un concetto non scontato: la visione monoculare. Strana cosa la fotografia, duplica la realtà, perdendo qualcosa. Almeno in apparenza. Per fotografare, infatti, dobbiamo rinunciare a:
- un occhio
- a una o due dimensioni
- in certi casi, al colore



Cio che vediamo con i nostri due occhi, non sarà mai uguale alla visione che abbiamo attraverso l'unico occhio del nostro obiettivo. I piani si sovrappongono diversamente (mettete un dito davanti alla vostra visuale, guardatelo con entrambi gli occhi e poi chiudetene uno alla volta: vedrete che il vostro dito di sovrappone in maniera differente con gli oggetti retrostanti. esserne consapevoli, aiuta). E poi c'è la questione della dimensione profondità. Quando insegno fotografia, sono abituata a ripetere che dobbiamo saper rendere, su due dimensioni, l'illusione della terza (la profondità) che diamo per scontata nella visione reale. Per far questo ci affidiamo alle leggi della prospettiva, analoghe a quelle che si usano in pittura. Così potremo giocare con punti di fuga, prospettive geometriche o tonali ecc. ecc. Ciò che non diciamo mai è che la fotografia sembra dover rinunciare anche alla quarta dimensione: la dimensione del tempo. Eppure tutta la sua forza, la sua essenza, il suo carattere e la sua fascinazione sta in quell'istante bloccato. Ho già accennato a "La camera chiara" di Roland Barthes, in effetti, in questo periodo, a casa se ne parla spesso. Detta così sembra che io viva in un ambiente surreale in cui, mentre si lavano i piatti, ci si scambiano pareri sul segno fotografico. E' vero che vivo in un ambiente surreale, sono una donna fortunata, ma per fantasticare sulla fotografia abbiamo dato vita a un gruppo di discussione apposito. Pare si chiami "Plinio a Pompei", ma questa è un'altra storia. Comunque Barthes si sofferma (strana scelta verbale) sul concetto di posa, di fermata e di cio che "è stato". Ed è in questo "è stato" che lui individua la potenza essenziale della fotografia. Quindi, come fotografe e fotografi, non solo non rinunciamo alla dimensione temporale, ma in essa possiamo mettere radici,  per arrivare a quella che Barthes chiama l'estasi fotografica. Anche in questo caso, esserne consapevoli aiuta.
dedicato alla mia dirimpettaia triste che stende il bucato
Infine il colore. Non so bene perché, ma è difficile che una foto a colori mi piaccia (con strane eccezioni per le diapositive). In certi casi, mi sembra un rincorrere la realtà per volerla duplicare, rischiando di perdere la possibilità di astrazione. In altri casi, ho la sensazione di un effetto speciale compensativo. Luci e ombre raccontano e inventano mondi, nello stesso istante e, in qualche modo, sono più leali. La realtà è a colori,  la mia foto è in bianco e nero : la mia foto, quindi, non è la realtà, ma ne è una dichiarata rappresentazione. E' come se io avvisassi un mio interlocutore: "Ora ti mentirò". Non ti sembra l'inizio di un dialogo molto più interessante, rispetto a  "Giuro di dire la verità..." ?
C'è poi un'altra possibilità del discorso, ma io non sono così brava e per questo fotografo solo in bianco e nero, è un discorso che comincia con "tra me che fotografo e tu che guardi, entrambi potremmo mentire..." E in questo ci sono le fotografie a colori che mi travolgono.
Ci sarebbe ancora qulla cosuccia del punto di vista, non mi sembra proprio possibile rinunciarci. Dovremmo parlarne meglio.